Qual è l’impatto ambientale generato dal PET?

Era il 1973 quando un ingegnere meccanico della Pennsylvania depositò il brevetto per la fabbricazione di un materiale che sarebbe diventato presenza fissa nel carrello di ogni consumatore: il PET ad uso alimentare. Il materiale era ideale per conservare bevande gassate senza rischio di improvvise esplosioni e poteva facilitare enormemente il trasporto, a fronte del molto più fragile vetro.

È curioso osservare quanto recente sia l’introduzione di questo prodotto sul mercato (addirittura successiva alla vendita dei primi computer), specie se si considera l’impatto che ha avuto sull’ambiente in poco più di 4 decadi. La diffusione della bottiglietta in PET è stata così capillare da indurci a pensare che il suo utilizzo sia necessario e fondamentale. L’assunto che le bottiglie in PET siano insostituibili è ormai fortemente radicato nell’opinione comune.

Siamo forse troppo poco consapevoli circa l’impatto ambientale di questo materiale, specie se si tiene conto che il PET, nonostante sia davvero poco incline al degradarsi, viene utilizzato seguendo una logica usa-e-getta.

Ci si potrebbe quindi domandare a che pro continuiamo ad utilizzare queste bottigliette, se tanto elevato è il danno ambientale. I benefici stanno nell’estrema praticità dell’oggetto: trasportabile senza danneggiamenti, di ampio consumo e atto a facili rimodellamenti nel packaging. Va però posta la questione sulla qualità dell’acqua contenuta – dopotutto il contenitore dovrebbe svolgere una funzione secondaria.Trademachines2

A onor del vero non esiste nessuna prova certa dell’effettiva superiorità rispetto all’acqua del rubinetto (escludendo territori senza accesso ad acqua potabile). Stando alle attuali normative, l’acqua che scorre dai nostri rubinetti deve sottostare a standard qualitativi molto rigidi e, in caso di dubbi, è possibile effettuare analisi presso appositi enti locali.

L’Italia è tra i paesi con miglior acqua corrente (dato anche il gran numero di sorgenti montane), ciononostante è la prima nazione europea per consumo pro capite di acqua imbottigliata. In parte dobbiamo questo elevato consumo ad efficienti campagne di marketing, in cui ci si preoccupa di evidenziare le qualità benefiche dell’acqua in bottiglia (comunque non conseguenti all’utilizzo del PET). A questo va aggiunta una cattiva gestione di alcune falde acquifere, che ha generato sospetti e malumori nei consumatori.

Poco però si parla dell’insostenibilità di questi consumi. Il PET va ad ammassarsi nelle discariche a cielo aperto, infiltrandosi nel terreno a seguito di ripetute piogge. Ma non solo: l’impatto ambientale del PET è elevato già prima che raggiunga gli scaffali di un supermarket. Dati alla mano, per la produzione di una singola bottiglia da 1L vengono impiegati: 100ml di petrolio, 80g di carbone, 42L di gas naturale ed 2L d’acqua. Numeri che possono forse dire poco ai più, ma che raggiungono cifre esorbitanti una volta moltiplicati per i 12Mld di litri consumati solo in Italia nel 2016.

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Non è una considerazione consolante, specialmente se si aggiunge l’ingente quantità di CO² emessa durante il processo produttivo.

Ma piuttosto che darsi ad allarmismi esasperati, anche se giustificati, sarebbe bene educare ad un consumo più consapevole di questo materiale. Molto spesso si sa poco sulle effettive conseguenze del suo utilizzo, soprattutto in rapporto a quanto la pubblicità tenda ad esaltare l’acqua imbottigliata.

Non si vuole certo negare la praticità di questo materiale, ma è importante invertire la tendenza prima che il suo consumo diventi insostenibile a livello ambientale.

 

Fonte: http://trademachines.it/info/acqua-in-bottiglia/

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