Allarme riciclo rifiuti da costruzione e demolizione: da gennaio impianti chiusi e intera filiera bloccata

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L’ANPAR, l’Associazione Nazionale Produttori di Aggregati Riciclati che fa parte di Assoambiente, ANEPLA e Nadeco (Associazione Nazionale Demolizione ed Economia Circolare per le Costruzioni), ha emesso un comunicato stampa nel quale si prospetta una situazione preoccupante per il settore a partire dal prossimo gennaio.

La normativa sui rifiuti da costruzione e demolizione in arrivo entro il prossimo 30 giugno rischia di passare alla storia non come l’atteso Decreto “End of Waste” per i materiali inerti, ma come il Decreto che sancirà la fine delle attività che consentono ogni anno di riciclare circa 40 milioni di tonnellate di questi rifiuti. Se non si porrà rimedio tempestivamente a quanto oggi previsto nello schema di decreto inviato alla Commissione europea, da gennaio del prossimo anno gli impianti del settore resteranno chiusi e si bloccheranno le attività di riciclo e di riutilizzo in tutta la filiera, oggi ancor più strategica in considerazione del piano di opere straordinarie che prenderanno avvio con il PNRR.

A lanciare l’allarme sono ANPAR, l’Associazione Nazionale Produttori di Aggregati Riciclati che fa parte di Assoambiente, ANEPLA (Associazione Nazionale Estrattori Produttori Lapidei e Affini) e Nadeco (Associazione Nazionale Demolizione ed Economia Circolare per le Costruzioni).

Lo schema di decreto sull’End of Waste dei rifiuti da costruzione e demolizione, elaborato dal Ministero della Transizione Ecologica, è stato inviato a marzo alla Commissione Europea ed entro il prossimo 30 giugno dovrebbe vedere la luce, in linea con quanto previsto nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che considera l’adozione del provvedimento tra le “milestone” del 2022.

Il testo però nella sua formulazione attuale rischia di segnare, contrariamente alle attese, non l’inizio di una nuova era di sviluppo per le attività di riciclo di questi rifiuti, ma il loro de profundis.

A determinare la situazione di allarme sono soprattutto i criteri dei controlli da effettuare sui prodotti delle lavorazioni, indicati nelle tabelle allegate al decreto e in particolare i valori di concentrazione limite di solventi e idrocarburi policiclici aromatici (IPA).

La presenza negli aggregati di recupero di IPA o del cromo esavalente è legata principalmente a costituenti dei rifiuti in ingresso al processo di recupero (che quindi si ritrovano necessariamente negli aggregati riciclati), come il conglomerato bituminoso o il cemento. I relativi limiti di concentrazione che verrebbero imposti dal nuovo Regolamento sono stati evidentemente ricavati dalla tabella relativa agli usi dei suoli sottoposti a bonifica destinati a zone residenziali o a verde: ma, anche qualora si intendesse impropriamente “assimilare” i prodotti riciclati ai suoli, questi valori non corrispondono affatto all’impiego prevalente degli aggregati riciclati, che sono utilizzati per oltre il 90% in opere infrastrutturali (in rilevati, sottofondi, etc.). Anche volendo seguire la logica di assimilazione ai suoli, quindi, per tali usi dovrebbero essere fissati limiti molto più elevati, prendendo a riferimento la tabella relativa alle aree industriali/commerciali.

Un errore, spiegano le Associazioni, che rischia di bloccare non solo la filiera del riciclo, ma anche quella delle costruzioni, da cui provengono i rifiuti in questione e a cui sono in parte destinati gli aggregati da recupero.

Il PNRR inserisce infatti il regolamento End of Waste sui rifiuti da costruzione e demolizione tra le riforme da adottare entro questa primavera, anche per garantire la corretta gestione dei rifiuti generati dagli interventi di efficientamento energetico finanziati con l’Ecobonus.

Applicando i limiti indicati nel Decreto, i rifiuti provenienti dalla demolizione e dalla ristrutturazione degli edifici, pur sottoposti a corretto processo di riciclo, darebbero origine a prodotti non conformi al Decreto End of Waste e quindi non resterebbe che conferirli in discarica come rifiuti, sempre ammesso che sul territorio siano disponibili impianti di questo tipo. Nel caso peggiore, essi rischiano l’abbandono. Il Decreto inoltre esclude dai rifiuti in ingresso nel processo di riciclo l’imponente mole di macerie generate ad esempio dal sisma del 2016 in Abruzzo.

Le norme transitorie ivi previste daranno fiato al settore solo fino all’inizio del nuovo anno, quando il decreto entrerà in vigore. A inizio 2023 quindi i 1.800 impianti presenti sul territorio nazionale che ogni anno recuperano come materia più di 40 mln di tonnellate di rifiuti da costruzione e demolizione (pari al 78% di quanti se ne producono) non potendo produrre prodotti conformi saranno di fatto costretti a cessare la propria attività.

Una vera e propria beffa, dopo anni di attesa”, sostengono le tre associazioni delle imprese del settore che hanno a cuore lo sviluppo della sostenibilità e dell’economia circolare nell’edilizia. Invitiamo il Ministero a riaprire il confronto con gli operatori e a rivedere i limiti dei parametri individuati nelle tabelle al decreto soprattutto in funzione della destinazione d’uso a cui i materiali che hanno cessato di essere rifiuti sono destinati, anche in linea con le scelte adottate da altri Paesi europei.”

 

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